Frammenti dal vecchio blog. Nuove solitudini che sono sempre le stesse.

C’è il profumo del gelsomino che, alle sette del mattino, conserva intatto l’aroma intenso della notte perché il sole non ne ha ancora prosciugato l’essenza.
Vorrei raccontare di come si sposa a quello del caffè mentre, dal terrazzo della mia casa, osservo le barche in rada ancora addormentate; invece, l’unica cosa che so dire è che gustarli insieme è un piacere molto forte che ti invade tutto il corpo. Ti ritrovi a stringerti la spalla destra con la mano sinistra, mentre con l’altra mano sorseggi il caffè, respirando profondamente quel mix agrodolcemente malinconico con la consapevolezza che i tuoi cinque sensi stanno al massimo della gratificazione. E, forse, anche il sesto.
Ci sono momenti in cui la solitudine è perfetta; in altri, ti dilania. Quella mattina, in quel momento, era l’unica forma di perfezione che conoscessi.

Piccola riflessione sulla perfezione

La perfezione nasce dall’irriproducibilità dello spazio-tempo cui si riferisce. Penso all’improvvisazione jazz che nasce e muore nello spazio della sua esecuzione: qualunque tentativo di riproporla sarà vano persino per lo stesso musicista perché quelle note sono indissolubilmente legate allo spazio-tempo che le ha generate. E’ quasi come se la bellezza si servisse dell’artista e della sua creatività per trasformarsi da intuizione in musica e rendersi, così, fruibile ai più, attraverso un momento di udibile verità in una precisa dimensione spazio-temporale.

E poi ci sono i canali di Treviso, le sue enoteche e le sue mostre che mi hanno tenuto compagnia mentre stavo in quella città (che ho scoperto bellissima) non esattamente per mio diletto. Le acque del Sile, con i suoi rumori e i suoi colori sono un sollievo; è come se ti diluissero il peso di certi pensieri che devi assolutamente portare da sola. Ecco, questa è una di quelle solitudini delle quali eviterei volentieri i morsi.

E infine c’è Roma. Anzi, lei c’è sempre.
C’è una colazione al mattino presto tra i tetti intorno a piazza di Spagna. E il silenzio. E gli occhi. Il cielo colore del piombo, le petunie d’un viola acceso, la tovaglia del colore del burro che spalmiamo sul pane. C’è una temperatura estiva in un inizio d’autunno che ci sorprende, felici di essere insieme come due che stanno insieme. Invece entriamo e usciamo dalle nostre solitudini, felici di possederle, di esserne posseduti; di disertarle, ogni tanto.
Appena rientrata a casa guardo il divano che mi accoglie con i suoi braccioli aperti. Mi spalmo su di lui mentre Bill Evans e Eddie Gomez suonano Hi Lili hi lo, poi Since we met, Grandfather’s waltz; Bill, comunque, con quel suo modo di tenere il ¾.
Mi accendo una sigaretta. Il ¾ è il tempo perfetto, com’è la solitudine, certe volte.

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