Io e il Jazz (alt. take)

Non è indispensabile conoscere la sua storia per innamorarsi di qualcuno. La voglia di sapere tutto di lui (o di lei) nasce solo dopo che ne sei stato folgorato. Non è neanche detto che nasca, questa sete di passato; a volte, non te ne importa nulla di sapere da dove venga. Vuoi solo che, una volta dentro, non esca più dalla tua vita.

Più o meno andò così, a casa di Z. Rimasi folgorata da quel ‘Round Midnight e mi innamorai del jazz. Sono passati anni ma è tuttora la colonna sonora della mia vita.
Come un’amante che si rispetti, lo volevo possedere in tutti i modi e lo cercai on line.
Digitare ‘round midnight su un motore di ricerca equivale a entrare in libreria e dire al commesso: <<Buongiorno. Vorrei un libro>>. Punto. E attendere silenziosi.
<< Signora, siamo circondati dai libri, qui dentro>> direbbe il commesso dopo qualche secondo di imbarazzante silenzio << dovrebbe essere un po’ più precisa>>. Naturalmente, sto ipotizzando di essere di fronte ad un commesso gentile, che sappia dissimulare il contenuto profondo del suo pensiero: <<questa è scema>>.

Scema. Già, perché solo una scema può pensare che digitando ‘round midnight su un motore di ricerca ci si trovi immediatamente di fronte al pezzo sentito a casa di Z.
Disorientata più che mai dalla valanga di risultati, comprai un cd a caso; la colonna sonora del film di Bertrand Tavernier, ‘Round Midnight, per l’appunto. Quello fu il mio primo acquisto jazz , e sbagliato, per giunta, perché il pezzo che avevo sentito a casa di Z non c’era, lì dentro.
C’era la versione di Bobby McFerrin ma non l’avevo nemmeno riconosciuta.

Allora scoprii che nel jazz c’era quella storia delle versioni, cioè che c’erano gli standard e che un sacco di gente suonava lo stesso pezzo in maniera diversa. La cosa più fantastica era che il suonarla diversamente non era un errore e che la bellezza era anche lì, fuori dallo standard; come dire: la verità non è mai una sola.

Dire la stessa cosa con altre parole,
ma sempre la stessa.
Con sempre le stesse parole
dire una cosa tutta diversa
o in modo diverso la stessa.
Molte cose non dirle,
o dire molto con parole
che non dicono nulla.
Oppure tacere in modo eloquente.

(Hans Magnus Enzensberger, Opzioni per un poeta)

Anche un jazzista è un poeta.

Dicevo… non è necessario conoscere la storia del jazz per amarlo; la si può conoscere anche dopo, oppure mai. Nell’immaginario collettivo è vista come una musica “colta”, quindi sa di accademie polverose, di salotti intellettuali o pseudo tali. C’è da aggiungere che adesso va molto di moda dire che si ascolta il jazz, con tutto quello che ne consegue.
Vorrei suggerire a chi ha voglia di avvicinarsi a questo universo nuovo di farlo senza preconcetti o, peggio, pregiudizi.
Kandinskij diceva che, di fronte a un quadro, bisogna stare con l’anima aperta perché è il solo modo per poterlo “sentire”; qui si potrebbe aprire un’altra parentesi sul rapporto tra Kandinskij e la musica, ma rischia di diventare un post jam. Quindi non aggiungo altre improvvisazioni e riprendo il tema.
Stare con l’anima aperta mentre si ascolta il jazz è il solo modo per poterlo “sentire” oltre le orecchie. E’ quel sentire che è un atto del sentimento e non dell’intelletto. Poi, se c’è affinità, scatta l’amore. E da lì tutto il resto. Persino la cultura.
Non era l’amore che muoveva il mondo?

(ottobre 2007)

8 pensieri riguardo “Io e il Jazz (alt. take)

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