The Jazz Baroness

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In questo articolo, vi offriamo un profilo d’eccezione, quello di Pannonica Rothschild, nota al mondo come Pannonica De Koenigswarter, uno di quei personaggi di riferimento imprescindibili per un jazzofilo.

Charles viveva a Londra e aveva sposato una donna d’origine ungherese. Era un banchiere, perché così la sua stirpe aveva decretato, però nel cuore si sentiva un entomologo. Nella terra della moglie – Pannonia in lingua latina – scoprì nel 1913 una nuova varietà di farfalla: proprio in quel periodo nacque la sua bambina e dunque Charles decise di battezzare col medesimo nome farfalla e figlia. Pannonica, nata Rothschild.

Charles era un tipo sui generis e non assomigliava affatto allo stereotipo del banchiere londinese. Ascoltava molto jazz e ne collezionava le prime importanti testimonianze, rispondendo con pazienza alle continue curiosità di Pannonica intorno a quelle note brillanti e sghembe, veloci e sommesse, colorate da far venire voglia di disegnarle. E infatti Pannonica inizia a dipingere: lo farà per tutta la vita, utilizzando anche materiali non convenzionali come il profumo, il latte o il whisky mischiato ai colori a olio. Aspetto molto pertinente al suo carattere. Nel corso del tempo imparerà anche a pilotare un aereo, si recherà negli Stati Uniti al seguito del fratello Victor – inviato personale di Churchill presso Roosevelt – si sposerà con il diplomatico Jules De Koenigswarter, da cui avrà cinque figli.

Eppure, nonostante le evidenti potenzialità di una vita agiata e smagliante, Pannonica non riesce a dimenticare la passione per il jazz e per tutta quella gamma di sfaccettature, risvolti sociali, spiritualità e arte che aveva imparato a conoscere anche attraverso l’amicizia con il pianista Teddy Wilson, e che ora assumeva dentro di sé i contorni di un urgente necessità di arricchimento e rivelazioni. Poco dopo, a casa di Teddy ascolterà per la prima volta Round Midnight: intenso e incantato, diventerà il suo tema.

Parigi

Parigi 1954: la pianista Mary Lou Williams, nella Sala Pleyel dove è stato allestito il concerto, le presenta Thelonious Monk. Sarà per sempre, e infatti l’anno dopo Pannonica decide di trasferirsi con la figlia Janka all’Hotel Stanhope di New York, diventando parte attiva e testimone di un’epoca straordinaria di talenti, storie, innovazioni sonore, session irripetibili, e dando così inizio alla propria leggenda.

Pannonica De Koenigswarter è uno di quei personaggi di riferimento imprescindibili per un jazzofilo, seppure l’attenzione verso la sua effettiva biografia sia sempre stata surclassata dal mito creato attorno a lei. Molti ne conoscono gli episodi più eclatanti, da Charlie Parker che giunto alla fine – rifiutandosi di andare in ospedale – muore sul suo divano, oppure questo suo strano rapporto quasi simbiotico con Monk, che induce il musicista a trasferirsi da lei con tutta la sua famiglia in seguito all’incendio della sua abitazione. Restandoci per tutta la vita peraltro, in quella grande casa dalle vetrate su Manhattan e sull’Hudson costruita inizialmente per il regista cinematografico Joseph Von Sternberg, e dunque sontuosa ed eccessiva al punto giusto da sembrare divertente. Pannonica la chiama in prima battuta Catsville (Cats nello slang afroamericano significa musicisti) e successivamente Cathouse per la presenza nella casa di centinaia di gatti salvati dalla strada. Di qui passano davvero tutti i musicisti della scena jazz americana, qui si rilassano, giocano a ping pong, compongono e soprattutto danno origine a jam session davvero strabilianti e ricchissime di creatività, in un’atmosfera amica e appassionata. Complice.

Nica e la Bentley argentata

Ormai Nica per ciascuno di loro, Pannonica si adopera per aiutarli ad ottenere ingaggi, per aiutarli finanziariamente, accompagnarli con la sua Bentley argentata dovunque debbano suonare. Tutti la adorano, la chiamano the Jazz Baroness e la vogliono accanto. Si chiamano Art Blakey, Bud Powell, Coleman Hawkins, Lionel Hampton, Sonny Clark, Tommy Flanagan, Miles Davis, Sonny Rollins…e moltissimi altri fino ad arrivare a Barry Harris, che ancora oggi vive a Cathouse.

Nica ama fermare attraverso la sua Polaroid il passaggio dei vari artisti dalla sua casa, e dalla sua vita: nella seconda metà degli anni Sessanta ha già a disposizione una serie cospicua di scatti, che le provocano un’emozione sorda da dilatare e un’idea da consegnare come testimonianza. Così nasce il pensiero di una domanda semplice a corredare quelle preziose immagini, una richiesta da fare a ciascuno dei trecento musicisti protagonisti degli scatti: Quali sono i vostri tre desideri?.

Il risultato è sorprendente: Nica infatti si rende conto che a ciascuna delle risposte corrisponde il sentimento e la preoccupazione dell’insieme dei musicisti neri. I tempi e il tessuto sociale non erano ancora maturi per un’integrazione che avesse dignità e senso, e infatti quando le capitava di passeggiare con Monk sottobraccio molte persone si spostavano al loro avanzare, o sputavano addirittura per terra. Eppure, in molte delle risposte il razzismo non è quasi mai evocato, quasi a esorcizzarlo. Si distaccano dal gruppo i chitarristi Wes Montgomery (Non voglio più alcuna discriminazione) e Kenny Burrell (Voglio la sparizione del razzismo), il sassofonista Julian Cannonball Adderley (Vorrei che la discriminazione razziale venga eliminata dalla faccia della terra…proprio dappertutto), ma soprattutto la sintesi sublime di Miles Davis (Essere bianco). Una stilettata al sistema.

Il resto è tutta una sublimazione: all’idea di salutepace nel mondofelicitàamoretranquillità economica – ossia i concetti maggiormente evocati nelle risposte – corrispondono esattamente tutti i vuoti e le assenze di una generazione di musicisti neri ancora non perfettamente parte della società del tempo. La pace sulla Terra (Elvin Jones), Vorrei che ci fosse più amore nel mondo (Johnny Griffin), Avere denaro (Sonny Rollins), Che tu mi ami!!! (Art Blakey) fino ad arrivare al concetto di arte della e nella propria musica: Che l’America riconosca il jazz come autentica arte (Charlie Rouse); Una sala dove poter veramente suonare…non una cantina… (Hank Mobley); Non essere obbligato a suonare per denaro (Dizzy Gillespie); Ritrovare un violino che ho visto a Cleveland nel 1951! (All Jackson); Riuscire a soddisfare Monk sul palco a Newport (Pee Wee Russell). Di questo passo, fino ad arrivare al brivido di tenerezza che regala John Coltrane con la propria modestia: Avere un’inesauribile freschezza nella mia musica (al momento mi ripeto un po’…).

Edito da Buchet-Chastel, con la prefazione della nipote di Nica Nadine De Koenigswarter, è dunque in libreria Les Musiciens de jazz et leur trois voeux, che riporta proprio tutti i trecento scatti corredati dalle risposte dei musicisti. È disponibile anche nella versione inglese, con editore Abrams Image: Three Wishes. An Intimate Look at Jazz Greats.

La BBC inoltre manderà in onda ad aprile un documentario curato da Hannah Rothschild – discendente di Nica – con innumerevoli contributi filmati e interviste.

Da segnalare, in ultima analisi, Pannonica (Robert Laffont, 2007) un romanzo francese di Pauline Guéna che si serve della figura di Pannonica per scandagliare l’universo jazz degli anni Cinquanta. Sono personalmente convinta che la storia del jazz non possa prescindere da un personaggio così fondamentale, e dunque profondamente felice che si inizi finalmente ad attribuirle il peso che merita.

Monk per lei scrisse Pannonica, Horace Silver Nica’s Dream, Tommy Flanagan Thelonica, Gigi Gryce Nica’s Tempo e molti altri musicisti le dedicarono un pezzo. Tuttavia quello che andrebbe veramente analizzato è quanto Pannonica ha dedicato loro, i suoi passi nella notte, i suoi sorrisi pieni d’affetto e stima, la sua presenza leggera e amica, l’andare grazie e per loro oltre stereotipi e pregiudizi. Fino alla fine, sempre accompagnando figli e nipoti per le notti dei club, verrà accolta dai musicisti come un dono del cielo.

Se ne andrà nell’inverno del 1988, subito dopo aver collaborato con Clint Eastwood alla sceneggiatura del film Bird. Lasciandoci tutti sulle tracce ineffabili della sua Bentley argentata.

7 pensieri riguardo “The Jazz Baroness

  1. Buongiorno a questo blog, scritto magnificamente. Sono Lorenza Cattadori e ho scritto qualche anno fa l’articolo riportato qui sopra, e devo dire che mi ha emozionato non poco averlo ritrovato in questo contesto.
    Scrivo di jazz da molto tempo, Nica è la mia Musa e anche buona parte dei miei studi in campo jazzistico. A marzo anche la rivista Musica Jazz ha pubblicato un mio testo su di lei e a luglio Soresina Jazz Fest ha deciso di dedicarle l’edizione 2014 del festival.

    Insomma, Pannonica finalmente non è più solamente un tema o un’icona sbiadita, ma una meravigliosa, musicale, mitica persona. Grazie con tutto il cuore per l’amore che sento vivo, qui da te, per qualcosa che ormai fa parte della mia vita.
    Un abbraccio immenso da Lorenza.

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    1. Buongiorno a te Lorenza e, soprattutto, benvenuta in questo angolo di web. Mi emoziona averti qui perché quello che hai scritto su Nica mi vibra dentro come se lo avessi scritto io e, per questo, mi sono permessa di riportare il tuo articolo qui da me.
      Pannonica è ormai il mio mentore e sono felice che ci sia qualcuno che si dedichi a lei con amore, anche per restituirle la giusta luce in un mondo che l’ha fin troppo trascurata, fraintesa e, talvolta, strumentalizzata.
      Grazie per quello che scrivi e diffondi.
      Un abbraccio a te. 🙂

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