Ma ci entra nel corpo la tentazione del silenzio

Ci sono momenti così, crediamo nell’importanza di ciò che abbiamo detto o scritto fino a quel punto, soltanto perché non è stato possibile far tacere i suoni o cancellare i tratti, ma ci entra nel corpo la tentazione del silenzio, il fascino dell’immobilità, stare come stanno gli dei, zitti e tranquilli, solo ad assistere.

José Saramago, “L’Anno della Morte di Ricardo Reis”

C’è un silenzio che è molto più importante di quello della bocca ed è quello dei pensieri. Deve essere quello il silenzio degli dei.

Si nasce senza parole
e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.

E tuttavia,
nonostante vivere significhi ammutolire,
esiste un piacere primordiale nel silenzio,
che giustifica tutti i silenzi.

Javier Vicedo Alòs

Mi ammutolisco volentieri.

Silence is so accurate.

Mark Rothko

Continua…

Writing

often it is the only/ thing/ between you and/ impossibility./ no drink,/ no woman’s love,/ no wealth/ can/ match it./ nothing can save/ you/ except/ writing./ it keeps the walls/ from failing./ the hordes/ from closing in./ it blasts the darkness./ writing is the/ ultimate/ psychiatrist,/ the kindliest/ god of all the/ gods./ writing stalks/ death./it knows no/ quit./ and writing/ laughs/ at itself,/ at pain./ it is the last/ expectation/ the last/ explanation/ that’s/ what it/ is.

 

(C. Bukowski)

Frammenti dal vecchio blog. Duets.

Sconosciuto che assomiglia a Clark Kent – Mi scusi, sa dove posso trovare un fioraio da queste parti?
Io – Non lo so, mi spiace. Non sono di qui.
Sconosciuto – Io vorrei regalarle una rosa, e vorrei parlare con lei, e conoscerla, se fosse possibile.
Vorrei chiedergli “lei chi?” ma siccome siamo solo io e lo sconosciuto, il dubbio e la speranza di non essere la fortunata donna si dissolvono in un attimo.
Io – No, non è possibile. Mio marito non sarebbe d’accordo. Comunque grazie (sorrido e riprendo a camminare).
Sconosciuto – Arrivederci (sguardo mesto).
Io (a me stessa) – Quand’è che sei diventata così acida? Ma soprattutto, quand’è che ti sei sposata che non me lo ricordo affatto? Tu non hai un marito!
Me stessa – Ma che ne so? E’ la prima cosa che mi è venuta in mente per levarmelo di torno. E poi ho sorriso!
Io – No, hai ringhiato.
Me stessa – Sorridevo.
Io – Ringhiavi. E se era l’uomo della tua vita?
Me stessa – Ok, il prossimo sabato torno lì alla stessa ora con una rosa in mano e lo cerco.
Io – E poi?
Me stessa – E poi gli dico “tieni, questa è da parte di mio marito”!
Io e me stessa ridiamo insieme per un po’, sospendendo il duello appena intrapreso. Chiacchierando, arriviamo alla conclusione che:
a) poteva essere una candid camera;
b) poteva essere l’affamato nipote di Hannibal the Cannibal;
c) poteva essere superman travestito da Clark Kent stordito da cryptonite;
d) poteva essere il marito che non abbiamo mai avuto. 
Intanto, arriviamo davanti alla porta del parrucchiere e facciamo una sosta: non possiamo entrare ridendo da sole, ci prenderebbe per matte. Ci diamo un contegno e suoniamo per farci aprire. Io e me stessa salutiamo la signorina che ci apre la porta ed entriamo con la faccia serissima che affondiamo immediatamente dentro una rivista presa a caso dal tavolinetto nella sala d’aspetto.
Ogni tanto, sbirciamo da sotto gli occhiali da sole (che non ci siamo appositamente tolte) le facce delle nostre due vicine alle quali avremmo voglia di chieder se Clark Kent abbia abbordato pure loro oppure no. Parlottando fra di noi, io e me stessa stabiliamo che sarebbe inappropriato fare domande del genere a due signore sconosciute. Ahinoi, desistiamo.Arriva il parrucchiere con la cartella dei colori per scegliere il colore dei “raggi di luce”:
Io – Buccia di castagna.
Me stessa – Biondo scuro.
Io – Buccia di castagna è più naturale.
Me stessa – Dopo tre sciampi diventi arancione!
Io – Sto’ biondo scuro è troppo finto!
Il parrucchiere intuisce il duello e decide lui: buccia di castagna. Così sia.Quando la tortura è finita, ci guardiamo allo specchio e con gli occhi ci diciamo: adesso, nel migliore dei casi, ci chiederanno dove sta un fruttivendolo…
Già me l’immagino Clark Kent:  – Io vorrei comprare dei pomodori per tirarveli. A lei e al suo parrucchiere.

 

Frammenti dal vecchio blog. Nuove solitudini che sono sempre le stesse.

C’è il profumo del gelsomino che, alle sette del mattino, conserva intatto l’aroma intenso della notte perché il sole non ne ha ancora prosciugato l’essenza.
Vorrei raccontare di come si sposa a quello del caffè mentre, dal terrazzo della mia casa, osservo le barche in rada ancora addormentate; invece, l’unica cosa che so dire è che gustarli insieme è un piacere molto forte che ti invade tutto il corpo. Ti ritrovi a stringerti la spalla destra con la mano sinistra, mentre con l’altra mano sorseggi il caffè, respirando profondamente quel mix agrodolcemente malinconico con la consapevolezza che i tuoi cinque sensi stanno al massimo della gratificazione. E, forse, anche il sesto.
Ci sono momenti in cui la solitudine è perfetta; in altri, ti dilania. Quella mattina, in quel momento, era l’unica forma di perfezione che conoscessi.

Piccola riflessione sulla perfezione

La perfezione nasce dall’irriproducibilità dello spazio-tempo cui si riferisce. Penso all’improvvisazione jazz che nasce e muore nello spazio della sua esecuzione: qualunque tentativo di riproporla sarà vano persino per lo stesso musicista perché quelle note sono indissolubilmente legate allo spazio-tempo che le ha generate. E’ quasi come se la bellezza si servisse dell’artista e della sua creatività per trasformarsi da intuizione in musica e rendersi, così, fruibile ai più, attraverso un momento di udibile verità in una precisa dimensione spazio-temporale.

E poi ci sono i canali di Treviso, le sue enoteche e le sue mostre che mi hanno tenuto compagnia mentre stavo in quella città (che ho scoperto bellissima) non esattamente per mio diletto. Le acque del Sile, con i suoi rumori e i suoi colori sono un sollievo; è come se ti diluissero il peso di certi pensieri che devi assolutamente portare da sola. Ecco, questa è una di quelle solitudini delle quali eviterei volentieri i morsi.

E infine c’è Roma. Anzi, lei c’è sempre.
C’è una colazione al mattino presto tra i tetti intorno a piazza di Spagna. E il silenzio. E gli occhi. Il cielo colore del piombo, le petunie d’un viola acceso, la tovaglia del colore del burro che spalmiamo sul pane. C’è una temperatura estiva in un inizio d’autunno che ci sorprende, felici di essere insieme come due che stanno insieme. Invece entriamo e usciamo dalle nostre solitudini, felici di possederle, di esserne posseduti; di disertarle, ogni tanto.
Appena rientrata a casa guardo il divano che mi accoglie con i suoi braccioli aperti. Mi spalmo su di lui mentre Bill Evans e Eddie Gomez suonano Hi Lili hi lo, poi Since we met, Grandfather’s waltz; Bill, comunque, con quel suo modo di tenere il ¾.
Mi accendo una sigaretta. Il ¾ è il tempo perfetto, com’è la solitudine, certe volte.