The Shoes Of The Fisherman’s Wife Are Some Jive Ass Slippers

E quindi resto qui a guardare senso e non-senso che danzano avvinti in un ghigno come due amanti folli rovesciando i tavolini e disturbando gli avventori di questa surreale, buffa e malinconica balera.

on air: C. Mingus, The Shoes Of The Fisherman’s Wife Are Some Jive Ass Slippers
[audio http://k007.kiwi6.com/hotlink/jdbcc5nxue/The_Shoes_Of_The_Fisherman_s_Wife_Are_Some_Jive_Ass_Slippers.mp3]

 

Frammenti dal vecchio blog. Duets.

Sconosciuto che assomiglia a Clark Kent – Mi scusi, sa dove posso trovare un fioraio da queste parti?
Io – Non lo so, mi spiace. Non sono di qui.
Sconosciuto – Io vorrei regalarle una rosa, e vorrei parlare con lei, e conoscerla, se fosse possibile.
Vorrei chiedergli “lei chi?” ma siccome siamo solo io e lo sconosciuto, il dubbio e la speranza di non essere la fortunata donna si dissolvono in un attimo.
Io – No, non è possibile. Mio marito non sarebbe d’accordo. Comunque grazie (sorrido e riprendo a camminare).
Sconosciuto – Arrivederci (sguardo mesto).
Io (a me stessa) – Quand’è che sei diventata così acida? Ma soprattutto, quand’è che ti sei sposata che non me lo ricordo affatto? Tu non hai un marito!
Me stessa – Ma che ne so? E’ la prima cosa che mi è venuta in mente per levarmelo di torno. E poi ho sorriso!
Io – No, hai ringhiato.
Me stessa – Sorridevo.
Io – Ringhiavi. E se era l’uomo della tua vita?
Me stessa – Ok, il prossimo sabato torno lì alla stessa ora con una rosa in mano e lo cerco.
Io – E poi?
Me stessa – E poi gli dico “tieni, questa è da parte di mio marito”!
Io e me stessa ridiamo insieme per un po’, sospendendo il duello appena intrapreso. Chiacchierando, arriviamo alla conclusione che:
a) poteva essere una candid camera;
b) poteva essere l’affamato nipote di Hannibal the Cannibal;
c) poteva essere superman travestito da Clark Kent stordito da cryptonite;
d) poteva essere il marito che non abbiamo mai avuto. 
Intanto, arriviamo davanti alla porta del parrucchiere e facciamo una sosta: non possiamo entrare ridendo da sole, ci prenderebbe per matte. Ci diamo un contegno e suoniamo per farci aprire. Io e me stessa salutiamo la signorina che ci apre la porta ed entriamo con la faccia serissima che affondiamo immediatamente dentro una rivista presa a caso dal tavolinetto nella sala d’aspetto.
Ogni tanto, sbirciamo da sotto gli occhiali da sole (che non ci siamo appositamente tolte) le facce delle nostre due vicine alle quali avremmo voglia di chieder se Clark Kent abbia abbordato pure loro oppure no. Parlottando fra di noi, io e me stessa stabiliamo che sarebbe inappropriato fare domande del genere a due signore sconosciute. Ahinoi, desistiamo.Arriva il parrucchiere con la cartella dei colori per scegliere il colore dei “raggi di luce”:
Io – Buccia di castagna.
Me stessa – Biondo scuro.
Io – Buccia di castagna è più naturale.
Me stessa – Dopo tre sciampi diventi arancione!
Io – Sto’ biondo scuro è troppo finto!
Il parrucchiere intuisce il duello e decide lui: buccia di castagna. Così sia.Quando la tortura è finita, ci guardiamo allo specchio e con gli occhi ci diciamo: adesso, nel migliore dei casi, ci chiederanno dove sta un fruttivendolo…
Già me l’immagino Clark Kent:  – Io vorrei comprare dei pomodori per tirarveli. A lei e al suo parrucchiere.

 

Scricchiolii e insane abitudini

specchi

Ho preso la sana abitudine di evitarmi, persino davanti allo specchio. Trovo che troppa consapevolezza – delle rughe come degli sfregi più intimi – sia un valore sottratto e non aggiunto alla vita di per sé. Che te ne fai? Il troppo è superfluo, il superfluo è un peso, un peso è una responsabilità ingombrante: causa diffusi scricchiolii alle ossa e alla psiche, toglie energia al corpo e all’immaginazione.
Sotto la sabbia si respira non bene – mi ha detto lo struzzo al quale ho risposto che, fuori, non è che tiri questa gran bell’aria. Sapere ma non troppo, sapere il giusto è per conservarsi un margine, una specie di zona franca dove puoi ancora immaginare scenari alternativi a quelli che ti sono brutalmente spalmati sugli occhi. Voglio dimenticare tutto quello che so, voglio essere smemorata e rintanarmi nella mia zona franca. Invece, l’unica cosa che dimentico sono le password.

foto by Pannonica

Razionalismi e lampi di stupidità

Ho sentito in tv che gli scienziati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia studiano i fenomeni sismici avvenuti nel passato per prevedere, con calcoli basati su modelli ricavati da questi studi, fenomeni futuri. Immaginano il futuro guardando il passato.

La storia. Studiarla sembrerebbe la chiave di volta per sapere cosa fare in caso di. Dovrei ricordarmene tutte le volte che cerco di capire certe mie derive, così da prevedere i miei personalissimi cataclismi, fatti di tsunami, terremoti e lampi di stupidità.

Ok, la storia insegna. Mettiamo pure che sia vero (e, in parte, lo è). Il vero problema, però, è che tra prevedere e prevenire c’è una grande differenza. E’ proprio la storia che mi ha insegnato che molto spesso le persone, pur prevedendo l’esito catastrofico (persino per se stesse) delle proprie azioni, le compiono comunque. Un po’ per ingenuità, un po’ per presunzione o solo per cecità, rimettono in piedi vecchi drammi con nuovi attori, convinti che “questa volta” il finale sarà diverso, senza fermarsi un attimo a riflettere sul fatto che continuare a fare ciò che si è sempre fatto porterà sempre agli stessi risultati. A loro va tutta la mia solidarietà perché, modestamente, anch’io in gioventù ho fatto la mia parte per tenere alta la media dei partecipanti alla schiera. Oggi diserto un po’, ma solo un po’. Ogni tanto, mi accodo al gruppetto in fondo, quello dei “consapevoli”.

La spasmodica ricerca di un antico riscatto o di un perdono (nella loro accezione più ampia) ha reso l’umanità popolata prevalentemente da serial pirla?