Le mani della madre

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Io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

(R.M. Rilke)

foto by Pannonica

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Il tempo verticale

Quando vedete una cosa, la vedete per l’ultima volta. Ogni persona che incontrate, appena la incontrate, è per l’ultima volta. Oh certo, ci sono cose e persone, foglie e strade, treni, formaggiere, nuvole, chitarre che non rivedrete veramente mai più. Ma ci saranno altre cose, strade, treni che crederete di rivedere e invece no: anche quelli, proprio quelli, li vedrete per la prima e ultima volta. Ogni canzone, ogni film, ogni poesia, quadro, poema che vedrete, sentirete, leggerete, lo vedrete, sentirete, leggerete per l’ultima volta. Oh certo, potrete riascoltare, rileggere, rivedere: il film è quello, quello il poema. Siete voi a vederlo e sentirlo, anche impercettibilmente, in altro modo. Infinitesimi gli scarti del cuore, che non solo dividono, ma fanno diverso il mondo: voi sarete altri anche un minuto dopo.

Ho visto Ischia la prima volta. La seconda si chiamava sempre così, ma non era la stessa. Era un’altra prima volta. Ho baciato Daria la prima volta ed era già l’ultima, perché poi ho incontrato Daria un’altra prima volta e l’ho baciata un’altra ultima volta. Quello che noi chiamiamo “tempo” è un’illusione di tempo, una mistificazione di scorrimento. Ha ragione la pellicola: noi guardiamo attimi staccati, ognuno è il primo e l’ultimo, quello che segue non segue affatto.

Non c’è, non esiste tempo orizzontale: s’invecchia, ci si incontra, ci si lascia perché crediamo che il prima diventi poi, e per la stessa ragione si ricorda, si rimpiange, si protesta, si spera: perché crediamo che ci sia stato un prima e che ci sarà un poi.

L’inganno del tempo orizzontale ci salva la vita: se vivessimo nell’incubo di un inizio che è anche sempre una fine, che nessun prima abbia a che fare col poi, sarebbe un inferno. Ed è questo che avvertono i suicidi, questo sanno. Il tempo lo vogliamo orizzontale per l’angoscia dei singoli attimi, delle singole tessere, per la paura che ci dà l’indefinito: che ci sia, non ci sia ancora o ci sia stato, noi solo il mosaico intero vogliamo vedere, la storia, il tempo che scorre, che infila i giorni come perle in una collana.

Ma questo stesso tempo che ci salva c’incalza, ci spinge, ci rincorre, ci trascina, perché crederlo reale obbliga a viverlo come reale. E’ un mito, il non-tempo. Ma è un mito fuori di noi, smarrito, perso, sostituito dall’anello delle attese tra un fotogramma e l’altro, pura fantasia: non esiste questo anello, ma ne abbiamo un drammatico bisogno. Quell’anello si chiama speranza.

(…) Si può fermare, il tempo. Si può conoscere e vivere il tempo verticale. Avere tutto in un solo istante: passione e noia, dolore e riscatto, sconfitta e vittoria. Niente yoga, zen e celesti meditazioni. Niente fedi, salvezze, cambiali di pace. Vivere il tempo verticale non vuol dire uscire dal tempo imperturbabili ai venti, alle tempeste, baciati dal sole. Vuol dire avere tutto in un solo istante, e può essere più tremendo di poter guardare a ieri o a domani: bisogna saperlo governare, questo tempo, non naufragarci dentro.

Non ci sono alibi, non esistono scuse. Bisogna cercarlo, questo tempo.

(R. Vecchioni, La vita che si ama)

Né l’intima grazia della tua fronte luminosa come una festa
né il favore del tuo corpo, tuttora arcano e tacito e fanciullesco,
né l’alternarsi delle tue vicende in parole o in silenzi
saranno offerta così misteriosa
come rimirare il tuo sonno coinvolto
nella veglia delle mie braccia.
Di nuovo miracolosamente vergine per la virtù assolutoria del sonno,
serena e splendente come fausto ricordo trascelto,
mi offrirai quella sponda della tua vita che tu stessa non possiedi.
Proiettato nella quiete,
scorgerò quella riva estrema del tuo essere
e ti vedrò forse per la prima volta
quale Iddio deve ravvisarti,
annullata la finzione del Tempo,
senza l’amore, senza di me.

(J. L. Borges)

On my Solitude

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Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa.

(E. Dickinson)

 

foto by Pannonica

Writing

often it is the only/ thing/ between you and/ impossibility./ no drink,/ no woman’s love,/ no wealth/ can/ match it./ nothing can save/ you/ except/ writing./ it keeps the walls/ from failing./ the hordes/ from closing in./ it blasts the darkness./ writing is the/ ultimate/ psychiatrist,/ the kindliest/ god of all the/ gods./ writing stalks/ death./it knows no/ quit./ and writing/ laughs/ at itself,/ at pain./ it is the last/ expectation/ the last/ explanation/ that’s/ what it/ is.

 

(C. Bukowski)

E’ difficile fare le cose difficili

È dif­fi­cile fare
le cose difficili:
par­lare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bam­bini, imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
can­tare per il sordo,
libe­rare gli schiavi,
che si cre­dono liberi.

 

(Gianni Rodari, Lettera ai bambini)

 

 

Divisione del lavoro

Che la stragrande maggioranza
della stragrande maggioranza
non capisca pressoché nulla,
per es. poesia, diritti d’opzione,
numeri pseudoprimi,
– e mettici perfino
i massimi sistemi-
è più che comprensibile!

La stragrande maggioranza
ha tutt’altre preoccupazioni,
imperturbabile si tiene
ai figli e alle mutue,
letto soldi pop sport,
a tutto ciò di cui la minima minoranza
non vuol sapere nulla.

Dove andremmo a finire
coi nostri cervellini
se tutti pensassero su tutto?

Solo di quando in quando,
in certe interminabili sere,
un’occhiata dall’altra parte,
alla finestra illuminata
dove vivono altri,
e la vaga sensazione di essersi persi qualcosa.

(H.M. Enzensberger)

Jay Hawkins. Con la maledetta abitudine del giornale.

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(…) tutto riguardo odio, caccia, lotta,

menzogna, furto, lussuria, spreco,

chi era stato ucciso e chi era stato impiccato.

E io domando, se la vita è piena di bellezza,

e piena di nobiltà e creatività,

perché non ne scrivono?

(E. Lee Masters)

 

foto by Pannonica